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di Elisabetta Raggio Il prof. pronuncia la parola “nenia”, l’unica che sento, l’unica espressiva di questa ora infinita. Quest’ora che mi separa da te; spero che almeno oggi arriverò in tempo per te,
per trovarti ancora lì. Ultimamente faccio sempre tardi. Quando arrivo tu ti stai già allontanando. Rincorro la tua ombra, forse credendo di poterti riprendere per la scia, ma già non ci sei più, scomparso e inghiottito da un paesaggio fin troppo conosciuto. E più ti rincorro, più tu mi scappi. In amore vince chi fugge, e tu mi sfuggi, e tu non mi aspetti. Tu che quando parti non ti fermi più e tutti ti guardano andare, andare più veloce di chi ti cammina a fianco. Ma tu non hai occhi per vedere e forse non hai neanche un cuore per renderti conto che io esisto. Aspettami! Almeno oggi, aspettami. Eccola, finalmente, la campanella suona. Mi alzo scusandomi, devo andare –mi dispiace prof., ho fretta, non posso aspettare che finisca, c’è chi non mi aspetta-. Devo arrivare prima che se ne vada, devo sbrigarmi. Scendo i gradini a due a due, pensando a come sarebbe bello se potessi arrivare in un battito d’ali dovunque. Ma non mi serve nessun luogo, nessun dove, mi basta raggiungerti. Il mio ovunque è dove sei tu. Esco di fretta, passo veloce, lo zaino mi rimbalza sulle spalle. I minuti non si fermano, i secondi passano, ma tu non andare, ti prego, almeno oggi, aspettami! Ok, ci sono. Ti vedo da lontano, non andare, non oggi, non chiudermi tutte le porte in faccia. Eccomi ci sono. Quella sensazione di vittoria mi attraversa in un brivido la schiena quando sono sopra di te. Sì, ci sono, ho il fiato corto, ma sono sopra di te ed è quello che conta. Ora puoi andare, ora possiamo andare. Ora riportami a casa, treno. (lettera d'amore ad un treno puntuale)
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