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E non avevo ancora visto Calcutta

di Pierpaolo Buzza _ selezione 2007

Da New Delhi a Kolkata sono 18 ore di treno, conviene metterci in mezzo una nottata, sennò rischia di non passare mai.

Arrivo alla stazione con un'ora abbondante di anticipo. Ho compiuto 24 anni due mesi fa, e ho messo piede in India per la prima volta la settimana scorsa. Sto facendo ricerche per la mia tesi di laurea in statistica. E’ per questo che vado a Calcutta. Da lì ho un aereo per il Tripura, dove resterò cinque giorni. Viaggio da solo e ho le rupie contate. Prima di partire, mio nonno mi aveva dato il suo buonafortuna dicendomi che il passo più difficile è la porta di casa. A confronto di quello della stazione di Delhi, il raccapriccio di Roma Termini è una granello di polvere nel naso di Dio. Guardo in alto e vedo i grandi cartelloni pubblicitari. Inneggiano allo sfarzo e all’ostentazione, tutti. La pubblicità più pacchiana è di una gioielleria: c’è la una foto di una modella con il viso ricoperto di diamanti. La scritta è “Ricchezza. Opulenza. Lusso.” Poi abbasso gli occhi e vedo intere comunità di straccioni che aspettano il treno, i cui bambini vagano scalzi fra laghi di piscio e merda, e tutto è immerso in un mare di sudiciume. Una densità umana tale che mi induce a pensare che il meccanismo delle caste qui deve essere stato emendato. Butto un occhio sui binari. Evidentemente nei treni non è attaccata una targhetta in cui si dice che è vietato usare il bagno in stazione. Sempre sui binari, non lontanissimo da me, due topi cercano qualcosa da mangiare. Insieme a degli uccelli (di cui i topi sono comunque più grandi), e a un cane zoppo e scheletrico. “Se la disperazione abita da qualche parte”, penso, “questa è la casa della disperazione”. Provo una irrazionale paura di venire risucchiato da tutto questo. Di ritrovarmi in uno scenario kafkiano in cui non so più tornare a casa. Devo sforzarmi per non pensarci. L'unica attività che mi tranquillizza un po' è il tentativo di passare inosservato. Anche se non è semplice, sono l'unico uomo bianco qua in mezzo. Il mio treno arriva. È pulito, quasi asettico. Tutto grigio. Prendo possesso della mia cuccetta, sarà meglio che inizi ad abituarmici. Mi siedo, aspetto, guardo dal finestrino. Lo stesso scenario di prima. Ma è filtrato da un vetro oscurato. Non passano più i suoni, non più gli odori. Solo le scene, come in un film muto. Tutto il contesto passa velocemente da pauroso a surreale. Orario previsto per la partenza: ore 17:00. Quando sento il treno muoversi controllo l'ora: 16:58. Appena il treno parte, inizia una specie di ronzio, che non smette. È piacevole. Dopo un po' si aggiunge un altro suono, poi un altro. In un momento imprecisato, questo sovrapporsi di suoni diventa una musica. Il ritmo è lento, rilassante. Il treno mi culla e io, finalmente protetto, continuo a guardare di fuori. Il contrasto fra la musica e lo spettacolo è stridente. Ancora dentro la stazione, vedo un uccello col becco lungo staccare brandelli di carne da un topo morto. Finalmente usciamo dalla stazione, e intravedo la periferia di Delhi, poi la campagna. La musica mi rassicura, ma non basta. Tiro fuori dallo zaino un libro e il mio quaderno. Anche solo tenerli in mano mi conferma la mia identità. Sono italiano, sto studiando. Un inserviente del treno porta del tè. Mentre lo bevo, ripenso a quelle famiglie. I bambini sono così sporchi, che mi domando come facciano a non morire di tifo o di colera. Probabilmente lo fanno, ed è solo questione di tempo. Mi rovescio tutto il tè addosso. Qualcuno aveva dei dubbi?

 
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