La prima volta che sono partita avevo quattordici anni e non parlavo bene l'italiano. Sulla porta di casa mia madre e mio padre piangevano. Io no.
Non avevo un'idea precisa di quello che mi aspettava. Il pullman arrivò davanti alla chiesa alle sei meno un quarto del mattino e fece tre ore di curve e di tornanti. Molti vomitavano. Allora era usuale, non eravamo ancora abituati.
La seconda volta sono partita in treno. I chilometri erano diventati tanti. Il mio ragazzo era biondo ed aveva la barba soffice, di chi non I'ha ancora mai tagliata. In stazione cercava di farmi sorridere. Ma io continuavo a piangere. Il viaggio durò dieci ore e le mie Malboro finirono in fretta. Ma i libri da leggere non finirono mai.
La terza volta fu in una giornata di pioggia, a Milano. Presi il metrò per tornare a casa e decisi che mi sarei trovata un lavoro. Mi arrendevo. Avevano vinto loro. Mi stavano prendendo per fame. Quella volta non versai neanche una lacrima. Ero sollevata al pensiero di diventare una persona normale. Mi stavo illudendo di nuovo, ovviamente.
La quarta volta che sono partita è stato in aereo. Con un aereo bloccato a Linate per ore dalla nebbia. E intanto Pietro aveva la febbre alta. May gli avrà dato la tachipirina? Con quella ragazza non sono mai sicura che mi capisca quando parlo. Dice sempre sì, sì..ma avrà capito veramente?E poi quell'altro con le tabelline...che incubo! Sono già due volte che arriva I'avviso “Giovanni non ha ancora imparato le tabelline". Stasera quando arrivo lo metto sotto. No, stasera stari già dormendo. Allora domani, le tabelline le facciamo domani. Esco presto dall'ufficio, vado a prenderlo in piscina, passo a ritirare le camice di mio marito... A proposito, dov'è mio marito? Già dov'è mio marito?
L'aereo impiegò un’ora e mezza per uscire dalla pista di decollo. Il tempo necessario per capire che, anche se regolarmente sposata, ero una ragazza madre, con due bambini piccoli e completamente sola. Non potevo continuare a lavorare così. Così scesi dal mio tailleur e mi arresi. Per la seconda volta. Ma questa volta non ero sollevata; niente più illusioni.
L'ultima volta che sono partita d stato pochi mesi fa, in tram, il numero 16. Ho impiegato quattro anni per arrivare dal mio avvocato e quando sono arrivata ho pianto a dirotto per un'ora. Lui è stato paziente. La sera i bambini non sono stati per niente sorpresi. Io sì, di avercela fatta. Adesso sono qui, davanti al mio computer, che mi riposo e mi ricarico per la prossima tappa. Ma com'è che mi sento finalmente arrivata a casa? Domani prenderò il pullman e andrò al cimitero a parlarne con mio padre.
La seconda volta sono partita in treno. I chilometri erano diventati tanti. Il mio ragazzo era biondo ed aveva la barba soffice, di chi non I'ha ancora mai tagliata. In stazione cercava di farmi sorridere. Ma io continuavo a piangere. Il viaggio durò dieci ore e le mie Malboro finirono in fretta. Ma i libri da leggere non finirono mai.
La terza volta fu in una giornata di pioggia, a Milano. Presi il metrò per tornare a casa e decisi che mi sarei trovata un lavoro. Mi arrendevo. Avevano vinto loro. Mi stavano prendendo per fame. Quella volta non versai neanche una lacrima. Ero sollevata al pensiero di diventare una persona normale. Mi stavo illudendo di nuovo, ovviamente.
La quarta volta che sono partita è stato in aereo. Con un aereo bloccato a Linate per ore dalla nebbia. E intanto Pietro aveva la febbre alta. May gli avrà dato la tachipirina? Con quella ragazza non sono mai sicura che mi capisca quando parlo. Dice sempre sì, sì..ma avrà capito veramente?E poi quell'altro con le tabelline...che incubo! Sono già due volte che arriva I'avviso “Giovanni non ha ancora imparato le tabelline". Stasera quando arrivo lo metto sotto. No, stasera stari già dormendo. Allora domani, le tabelline le facciamo domani. Esco presto dall'ufficio, vado a prenderlo in piscina, passo a ritirare le camice di mio marito... A proposito, dov'è mio marito? Già dov'è mio marito?
L'aereo impiegò un’ora e mezza per uscire dalla pista di decollo. Il tempo necessario per capire che, anche se regolarmente sposata, ero una ragazza madre, con due bambini piccoli e completamente sola. Non potevo continuare a lavorare così. Così scesi dal mio tailleur e mi arresi. Per la seconda volta. Ma questa volta non ero sollevata; niente più illusioni.
L'ultima volta che sono partita d stato pochi mesi fa, in tram, il numero 16. Ho impiegato quattro anni per arrivare dal mio avvocato e quando sono arrivata ho pianto a dirotto per un'ora. Lui è stato paziente. La sera i bambini non sono stati per niente sorpresi. Io sì, di avercela fatta. Adesso sono qui, davanti al mio computer, che mi riposo e mi ricarico per la prossima tappa. Ma com'è che mi sento finalmente arrivata a casa? Domani prenderò il pullman e andrò al cimitero a parlarne con mio padre.






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