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Low vision
di Carlo A. Borghi_selezione 2008
Al paio d'occhi ipovedenti che mi ero portato in viaggio nel bagaglio personale, la città si manifestò come uno sterminato, intermittente, inestricabile dripping. Risultati della bassa visione. Viaggiare in low vision quando il low cost era ancora di là da venire. Era il 1986. Il muro di Berlino era ancora al suo posto, I'Italia della prima repubblica scivolava nel basso impero barbarico, Chernobyl implodeva liquefacendo i suoi sarcofagi atomici. New York era troppo per quelle mie retine trentasettenni bombardate a tappeto dalla malattia. A guardar bene la mappa del mio campo visivo veniva in mente Dresda e le sue vestigia urbane spalmate qua e là tra le macerie. Occhi così minati non avrebbero mai potuto affrontare da soli il gigante urbano. Prendere I'ascensore, salire sul taxi, infilarsi nella subway, visitare i musei, prender posto a teatro, trovare la camera d'albergo in albergo... improbabile senza I'aiuto di occhi normodotati. Io potevo contare su quattro occhi in perfetta salute e allenati agli spostamenti: occhi di lei e occhi di lui miei compagni di viaggio. Grazie a loro, e anche a una certa frequentazione di Martini cocktail e Rusty Nail, mi sentivo come un coniglio abbagliato dai fari di un'automobile e scampato al suo destino. Le mille luci di N.Y. erano un'esagerazione per occhi stremati dalla retinite. «Si corrono comunque dei rischi a muoversi con passi e mosse ipovedenti» avvertiva il mio avatar vedente. La scena urbana era un infinito collage cubista: geometrico di qua, orfico di là, vorticista e futurista dappertutto. Impossibile decifrare prospettive, profondità, pieni e vuoti, piani e curve. Capitò un giorno che la città, a downtown, mi apparisse come una successione di tripodi svettanti come nella Guerra dei Mondi: enormi scolapasta d 'acciaio, al posto dei grattacieli, avanzavano rimbalzando e carambolando. Tutti avevano perso I'orientamento proprio come me. Frozen margarita più guaca mole mi aiutarono a rimettere a posto lo sguardo. «I confini della realtà sono il filo del rasoio sul quale si muove un ipovedente, anche quando non mette il naso fuori di casa» ammoniva quel pedante dell'avatar vedente. Per farla breve lasciammo la città a bordo di una Jeep Cherokee color oro. Lei, lui, io e un giovanotto ventiduenne indigeno che non aveva mai visto la California. Lui e il ventiduenne si erano fidanzati da poco, io con lei ero sposato da un anno. Progetto di viaggio cross-country, destinazione finale Los Angeles, tempo previsto un paio di settimane. La Clinica Oftalmica della N.Y. University mi aveva dotato di occhiali fascianti per il sole e di occhialetti telescopici per ingrandire e avvicinare. Ora New York si era stabilizzata dentro le mie retine sottoforma di Broadway Boogie-Woogie di Mondrian appeso al MoMa: un tappeto retinico di quadratini tremolanti e coloratissimi sul punto di farsi neon direzionali. Un sollievo per me, come stare attaccati a un flipper e farsi trasportare, taxi driver&painter. Si trattava infine di affrontare la pancia del grande paese. Mi misi comodo sul sedile posteriore. Ora potevo contare su tre paia di buoni occhi: due paia gay, un paio napalmizzati (i miei, of course) e un paio femminili (per fortuna) i suoi.
Una cosa mi fu subito chiara: un ipovedente non avrebbe mai potuto fare I'inviato speciale nella realtà. Il resto era tutto da vedere. Viaggiando in bassa e bassissima visione ogni posto del mondo non è altro che un luogo dell'immaginario.
 
Progetto e direzione artistica
Luciana Damiano

 

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Ufficio stampa e Comunicazione

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