Nei tempi in cui il pianeta non era ancora del tutto esplorato e molte regioni rimanevano un mistero per gli europei, i colori e le linee delle mappe spesso sfumavano lasciando spazio alla terra incognita.
I luoghi dell'Altro, del Diverso, un mondo disabitato o popolato da creature mostruose. I cartografi presero perciò I'abitudine di scrivere in questo nulla Hic Sunt Leones. Qui vivono le bestie feroci.
II Per tutta la vita ho desiderato muovermi, partire, andare lontano, esplorare. Ho visitato paesi e città, ho cavalcato elefanti e cammelli attraversando montagne, fiumi e deserti. Ho viaggiato, e sono rimasto deluso. Deluso di incontrare sempre gente uguale a me, gli stessi prodotti, pubblicità, mode, vestiti da cui fuggivo. Seguendo le orme dei grandi viaggiatori che avevo avidamente letto non ho trovato che turisti. Mi sono così scoperto a desiderare villaggi senza acqua né luce, povertà, guerre, pur di trovare la diversità e l'avventura. Allora ho capito che dovevo fermarmi.
Sono tornato nella regione in cui i paesi hanno i cognomi dei miei nonni, nella città dove sono nato.
Qui non ci sono frontiere sorvegliate dai soldati coi fucili, né muri a dividere la gente. Solo quartieri, rioni, viali e strade. Eppure il confine più profondo l'ho attraversato qui.
Sono uscito di casa e ho camminato per la mia città, chiedendo la strada ai passanti. Una ragazza calabrese alla fermata del tram, un ragazzo senegalese in un phone center, una donna marocchina che vendeva pane sul marciapiede, una coppia di bambini cinesi che uscivano da scuola, una donna romena che accompagnava un vecchio con il bastone. Mi hanno indicato la strada. Ho scoperto la città dei migranti, con la sua geografia immaginaria fatta di lingue straniere scritte sui muri, sulle saracinesche, su i pali della luce.
E così, alla fine, sono arrivato. Tra il canile e la discarica, dove i cittadini e gli amministratori della città pensano che non vi sia più nulla, dove non è più affar di nessuno, perché là lo spazio sulla carta è bianco, e ci vivono solo le bestie. Sono al Campo.
III
Per tutta la vita ho sognato di fermarmi, di restare, di avere una casa. O meglio, ho sempre sognato che gli altri si rendessero conto che io sono una che sta ferma volentieri, che non sono una nomade, come dicono alla tv. Perché io in realtà ferma lo sono da sempre, non mi sono mai mossa da Torino.
Nella mia famiglia quelli che hanno viaggiato sono stati i miei nonni, Fatmir e Svetla. Loro sono venuti dalla Bosnia. Hanno viaggiato sui carri, per molte settimane, attraverso la Jugoslavia, un paese che adesso non c'è più. Sono arrivati a Torino nel 1965, più o meno, e mio nonno racconta sempre che in quegli anni lì non c'erano i Campi, come adesso, e ci si spostava ogni settimana, nei paesi attorno alla città. Loro sì che hanno viaggiato tanto nella loro vita, come la ruota di un carro.
Ma io invece sono nata nel Campo dell'Arrivore, che è un posto qui vicino, dieci minuti a piedi. Insomma non arrivo da molto lontano. Beh, comunque stavo là finché sono venuti con le ruspe e hanno distrutto tutto. Ma in cambio ci hanno dato una casetta in via Germagnano. Allora abbiamo messo tutte le nostre cose sul furgone e siamo venuti qui. Il viaggio più importante della mia vita, eh. Così oggi vivo qui, in un posto che si chiama Campo Nomadi, anche se io sto ferma tutto il giorno al semaforo a lavare il vetro delle macchine che passano.
IV
Ci siamo incontrati sulla soglia del Campo, io e Suzana, e ci siamo salutati con un cenno del capo.
L'ho salutata e mi è parso che avesse gli occhi intimoriti, spaventati dall'ignoto che avrebbe incontrato fuori dal Campo. Come se uscendo stesse andando verso una terra incognita, là dove si possono incontrare solo le bestie feroci.
Sono tornato nella regione in cui i paesi hanno i cognomi dei miei nonni, nella città dove sono nato.
Qui non ci sono frontiere sorvegliate dai soldati coi fucili, né muri a dividere la gente. Solo quartieri, rioni, viali e strade. Eppure il confine più profondo l'ho attraversato qui.
Sono uscito di casa e ho camminato per la mia città, chiedendo la strada ai passanti. Una ragazza calabrese alla fermata del tram, un ragazzo senegalese in un phone center, una donna marocchina che vendeva pane sul marciapiede, una coppia di bambini cinesi che uscivano da scuola, una donna romena che accompagnava un vecchio con il bastone. Mi hanno indicato la strada. Ho scoperto la città dei migranti, con la sua geografia immaginaria fatta di lingue straniere scritte sui muri, sulle saracinesche, su i pali della luce.
E così, alla fine, sono arrivato. Tra il canile e la discarica, dove i cittadini e gli amministratori della città pensano che non vi sia più nulla, dove non è più affar di nessuno, perché là lo spazio sulla carta è bianco, e ci vivono solo le bestie. Sono al Campo.
III
Per tutta la vita ho sognato di fermarmi, di restare, di avere una casa. O meglio, ho sempre sognato che gli altri si rendessero conto che io sono una che sta ferma volentieri, che non sono una nomade, come dicono alla tv. Perché io in realtà ferma lo sono da sempre, non mi sono mai mossa da Torino.
Nella mia famiglia quelli che hanno viaggiato sono stati i miei nonni, Fatmir e Svetla. Loro sono venuti dalla Bosnia. Hanno viaggiato sui carri, per molte settimane, attraverso la Jugoslavia, un paese che adesso non c'è più. Sono arrivati a Torino nel 1965, più o meno, e mio nonno racconta sempre che in quegli anni lì non c'erano i Campi, come adesso, e ci si spostava ogni settimana, nei paesi attorno alla città. Loro sì che hanno viaggiato tanto nella loro vita, come la ruota di un carro.
Ma io invece sono nata nel Campo dell'Arrivore, che è un posto qui vicino, dieci minuti a piedi. Insomma non arrivo da molto lontano. Beh, comunque stavo là finché sono venuti con le ruspe e hanno distrutto tutto. Ma in cambio ci hanno dato una casetta in via Germagnano. Allora abbiamo messo tutte le nostre cose sul furgone e siamo venuti qui. Il viaggio più importante della mia vita, eh. Così oggi vivo qui, in un posto che si chiama Campo Nomadi, anche se io sto ferma tutto il giorno al semaforo a lavare il vetro delle macchine che passano.
IV
Ci siamo incontrati sulla soglia del Campo, io e Suzana, e ci siamo salutati con un cenno del capo.
L'ho salutata e mi è parso che avesse gli occhi intimoriti, spaventati dall'ignoto che avrebbe incontrato fuori dal Campo. Come se uscendo stesse andando verso una terra incognita, là dove si possono incontrare solo le bestie feroci.






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