“COTAGAITA”

Cotagaita è una strada molto lunga e molto dritta nella quale confluiscono perpendicolarmente altre strade molto lunghe e molto dritte.

Tutte queste strade formano quegli incredibili quartieri a scacchiera che si incontrano negli sterminati sobborghi di Buenos Aires, questa città che ci lascia a bocca aperta sia di giorno che di notte. Sulla targhetta fuori dalla porta c’è scritto “n° 1399 “ e noi siamo qui, a casa tua, seduti in cucina a chiacchierare con il sottofondo ronfante di un frigorifero ormai quarantenne, sotto lo sguardo protettivo di Padre Pio e della Madonna di Lujan; anche nella devozione un po’ di qua e un po’ di là e in mezzo l’Oceano.

Tu sei Siviglio Pensiero Barletta, classe 1923, nato contadino, ultimo di tre fratelli, partito da un piccolo paese abbarbicato su un monte di Liguria, salpato da Genova Ponte dei Mille il 9 dicembre del 1947 e arrivato nel porto di Buenos Aires la sera del 22 . Ahi che Natale deve essere stato quello, terra straniera, terra di gente foresta e il Natale che viene d’estate. Al paese sei tornato una volta sola, dopo più di trent’anni e poi hai detto “mai più”; troppo forte il dolore per l’incontro con tutti quei volti conservati  nella memoria e ritrovati offesi dal tempo, alcuni svaniti per sempre. E allora “nunca màs”. Così siamo venuti noi: tuo nipote, quello che porta il tuo stesso cognome, quello un po’ matto che va in giro per il mondo a guardare gli uccelli, io e le nostre figlie bambine.

Ci siamo preparati bene prima di partire, abbiamo letto tanti libri, scritti da tante persone diverse: romanzieri, viaggiatori, filibustieri, sognatori; le loro voci e le loro suggestioni ci hanno accompagnato per tutto il viaggio.

Di William Hudson zio ti abbiamo mai parlato? Era una brava persona ma un po’ stravagante. Uno scrittore naturalista, nato a metà del 1800 nei dintorni di Quilmes, sì dove ora c’è la fabbrica della birra; ha girato in lungo e in largo per il Sudamerica anche lui a osservare uccelli e poi un bel momento è  partito “ per la terra dei suoi avi “, al contrario di quello che hai fatto tu, se ne è andato in Inghilterra un po’ a fare il vagabondo e un po’ a scrivere racconti, dei bei racconti. A Quilmes viveva in una casa che per lui era magica detta “ dei venticinque ombù “ perché era circondata da questi maestosi alberi, un tempo i prìncipi della pampa, oggi quasi scomparsi per far posto alle mucche per l’asado e alle pecore per i nostri maglioni. Chissà se la casa e gli ombù ci sono ancora!

Hudson ti fa venire in mente il nome di una stazione ferroviaria; sparisci in cantina e ritorni preceduto da un terribile odore di muffa che emana da una vecchia mappa del Gran Buenos Aires, la cartina che usavi quando dovevi percorrere le strade di questa città per posare i cavi per conto della Società Elettrica, tu che eri  così bravo a innestare gli alberi dei limoni. La stazione in effetti c’è e non sembra neanche tanto distante.

Com’è che dici tu? “El camino se hace andando”. Saltiamo sulla tua Seicento rossa e via  per queste strade tutte linee ed angoli e niente regole. Le macchie di  muffa di questa cartina sembrano essere tutte nei punti strategici, soprattutto sugli incroci. Bisogna chiedere e a molti chiediamo e tutti rispondono a volte un  po’ a vanvera.

Ecco la stazione di Hudson, ma la casa non c’è, anzi  c’è, dice un militare, è a “dos kilometros y pico”; ma già abbiamo imparato che quel “pico” qui può voler dire 200 metri come 200 chilometri. Giriamo e giriamo, strade strette, strade larghe, con l’asfalto, senza asfalto, molti buchi, pochi buchi. La casa Hudson c’è ma è una clinica. Che delusione ! Non la troveremo mai, o forse non c’è più, mangiata anche lei dal progresso. Passa una maestra seguita da una piccola truppa in fila per due, tu zio sei testardo: “desculpe senora, nosotros buscamos ecc. ecc.”, “si senor, un cruze, despues a la izquierda y siempre derecho.” Benedetta la maestra, sempre fidarsi delle maestre che sanno tenere a bada la scolaresca. Ecco il viale con gli ombù al termine di una lunga e dolce salita in mezzo alla campagna.

Ci viene incontro un omino in bicicletta con le mollette nel risvolto dei pantaloni, è il custode della casa-museo, che ha appena chiuso. E’ molto dispiaciuto ma è tardi e lui ha molta strada da percorrere: “adiòs, otra vez”. L’omino se ne va. Noi domani torniamo in Italia, chissà quando ci sarà un’otra vez!

Certo che il cancello all’imbocco del viale è un tantino scalcagnato e il muro non è poi tanto alto. Scommetto zio che è il primo gesto illegale che fai da quando sei in Argentina, e gli occhi ti brillano, mi piace immaginare, come quando saltavi i muretti a secco per andare a rubare i fichi dall’orto di quel “nescio “ del vicino.

Però com’è piccola la casa. Ma forse ci sembra così perché l’abbiamo vista attraverso gli occhi di Hudson  ragazzo; succede sempre quando si torna da adulti nei luoghi dove si è stati da bambini, tutto pare più piccolo. Invece gli ombù sono proprio maestosi con quei tronchi dalla base allargata, quasi braccia che vogliono accogliere. Senza dire nulla ognuno di noi se ne sceglie uno e si accoccola tra le radici, il corpo e la mente leggeri, trasportati in un altro tempo.

Una magìa.

L’abbaiare lontano di cani ci riporta alla realtà. Le ombre si stanno allungando, dobbiamo tornare.

Quante cose da raccontare a chi ci sta aspettando a casa! E chissà che cosa ci sta preparando per cena zia Ida, la tua moglie tenace. Mi piacerebbe chiederle dove sta la sua mente quando mischia la farina con l’acqua, e dove sta il suo cuore quando la palla di pasta si trasforma in una pizza o nella sfoglia per le empanadas. Anche nel cibo un po’ di qua e un po’ di là e in mezzo l’Oceano.

Stasera prima di addormentarci faremo l’inventario di tutte le cose da mettere in valigia; come sempre, al ritorno da ogni viaggio, un bagaglio molto speciale. Ci metteremo dentro i ruggiti catarrosi degli elefanti marini, la luce straniera della Croce del Sud, la violenza sibilante del vento pampero e poi  tutti i sorrisi ricambiati, tutte le pacche sulle spalle ricevute, tutti i mate condivisi. E questa volta anche dei semi che di sicuro germoglieranno, perché le nostre figlie e i tuoi nipoti si sono incontrati.

Ambra Villani

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