Dalle mie parti fa spesso freddo

Dalle mie parti fa spesso freddo

di Rinaldo Gennari

Dalle mie parti spesso fa freddo. Quando fa tanto freddo lo dicono anche alla radio, dicono che il termometro è sceso anche trenta gradi sotto zero, ma noi il termometro non ce l’abbiamo e tante volte nemmeno la legna.
Io sono nata in campagna, è un posto che non ha un nome, so solo che è vicino a Fagaras, che è vicino a Brasov, che è vicino a Bucarest, almeno sull’atlante geografico.
Il luogo è bellissimo, ci sono le oche e tutto intorno vedi montagne sempre imbiancate, anche d’estate.
Siamo al centro di una depressione, in tutti i sensi, e la città più vicina non è grande, case, chiese, e in centro perfino un castello con un vero fossato di acqua risorgiva che scorre lenta, sempre allo stesso livello.
Ora vivo in Italia, a Roma, e la piena del Tevere, io, non l’ho capita.
A Fagaras c’è anche una stazione, quattro file di binari e un paio di treni sempre fermi, sembrano morti come il binario che li ospita, ma per i bambini sono giocattoli di lusso.
Se vuoi vedere passare i treni devi aspettare, aspettare e aspettare ancora, poi arrivano e se si fermano, sbuffano, stanchi, mentre se passano senza fermarsi allora rallentano e puoi vedere le facce di chi viaggia, una ad una, per pochi secondi.
Mi viene tristezza, non so perché, a pensare che non vedrò mai più quelle persone che ho visto ai finestrini, come tante figurine, tutte scompariranno dalla mia vita per sempre, come morte.
Io ho preso il treno per la prima volta a quattordici anni.
I maschi, da piccoli, giocano sempre, le femmine no. Io non ho mai giocato con le bambole, non c’era tempo, ne’ le bambole.
Sorelle da trattare come bambole quante ne volevi, noi siamo in dodici figli, ma quelle non ci stavano a fare le bambole e basta, insomma non era un gioco e allora tanto valeva lavorare.
Avevo appunto quattordici anni quando sono andata in fabbrica a sessanta chilometri da casa.
Non l’ho mai raccontato a nessuno, ma più il treno si allontanava e più cresceva la paura.
Ho affittato un letto in una stanza dove c’era un’altra ragazza, ma lei era più grande, aveva già sedici anni e il fidanzato. Una zia, che è rimasta a casa, mi ha trovato sia l’alloggio e che il posto in fabbrica, ma per farlo ha incontrato tante spese e ha voluto in cambio due mesi del mio salario.
Dovevo controllare una macchina che preparava e imbottigliava una bevanda. Dicevano che era aranciata, qui in Italia bevo solo spremute d’arancia.
Mio padre si chiamava Costantin, è morto un giorno di novembre, con la neve alta e una febbre ancora più alta. Siamo tornati un po’ tutti quel giorno, dodici, tredici con la mamma. Poi siamo ripartiti, solo io con il treno. Ho cambiato cinque volte e dopo trentacinque ore e mezza sono arrivata di nuovo in Italia. L’ultimo tratto l’ho fatto su un treno superveloce che a starci dentro, però, non diresti. Una freccia, il colore non conta.
Ho visto scorrere via la campagna solo un po’ più muta e ho avuto il tempo di pensare.

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