Il Bar in stile – 1° Classificato 2001

Il Bar in stile – 1° Classificato 2001

di Daniela Poggi

Se in quel bar avessero voluto veder entrare dei turisti, lo avrebbero sicuramente arredato più “in stile”. Quale stile era più autentico, però, delle sedie che aveva fatto il Bepi, quello con la bottega di fianco alla chiesa, che poi lo conoscevano tutti. Ma l’oste si era raccomandato di farle comode e resistenti.

Il falegname, sogghignando, fece la mossa di prendere un appunto per la commissione, come se quel particolare che stava per chiedere fosse l’unica differenza tra un lavoro e una ordinazione, l’unico da segnare: “Di che colore lo vuoi lo smalto?” L’altro come per mandar via una mosca gli rispose: “Ma lascia stare con quelle robe lì, per l’amor di Dio!”

Il bar non aveva nemmeno un’insegna e men che meno erano stati piantati cartelli che portassero fino lì. Non che fosse nascosto, era proprio di fronte al ponte da dove arrivava la provinciale, di fianco alla piazzetta della pesa. Si capiva che era un bar, ma di campagna, semplice, pieno di uomini che sembrano tutti pensionati.

C’erano i tavoli, il bancone con le bottiglie con cappuccio in metallo, la macchina nuova per l’espresso con la crema, però… non era in stile. Ci andavano solo quelli del paese e quando uno entrava aveva sempre qualcosa da dire.

Che tutti i forestieri andassero dalla Gina! Lei aveva comprato gli specchi opachi e aveva fatto smaltare le sedie di bianco. Con tutte quelle lampadine, chissà quanto spendeva? Lei aveva fiutato l’affare e da quando si seppe della nuova edizione della guida turistica, tempo tre mesi e aveva già chiuso la lavanderia. Tanto nessuna avrebbe perso la faccia andando a farsi lavare i vestiti in un negozio, lo facevano da sole. Aveva trasformato tutto in un “locale in stile”, dove si servivano solo “prodotti tipici”.
“Dimmi, Tonio, ma quelli seduti di là dalla Gina, non ce l’ hanno le mandorle a casa loro? Non gli è mai venuto in mente di metterle nei dolci? Ecchè ne fanno sennò delle mandorle?”

I famosi dolci tipici non li faceva certo la Gina, ma li riceveva una volta alla settimana dallo stabilimento dove lavorava suo cugino. Era un posto grande, li portavano in giro con i camion, ma era tutta roba confezionata.

Tutto per quella guida turistica che nelle edizioni precedenti li aveva sempre ignorati, ma nell’ultima aveva scritto belle parole sulle “antiche rovine di un tempio romano nella splendida cornice di un panorama mozzafiato”.

Così da un giorno con l’altro, quello che era sempre stato “vecchio” era diventato “antico” e il paesaggio di tutti i giorni… Lo guardavano e riguardavano gli uomini fuori dal bar, andando fin sul ponte come diceva la guida, ma a loro sembravano sempre e solo i campi del Rosso. Se l’avessero beccato quello che aveva scritto! Chissà quando sarà stato lì? Ad averlo saputo… Invece se ne erano accorti tardi, quella domenica che una macchina con la targa nuova si era fermata al bar a chiedere come arrivare al “sito archeologico”. “Per i sassi? Avanti dritto!” Con il tempo avevano imparato tutti che erano i sassi e nessuno più si stupiva richiedendo: “Ma che sito?”

Un sabato a mezzo giorno videro un uomo sul ponte. Attorno non c’era la macchina. Lui non portava né valige né cartellette. Sembrava avesse una di quelle agende in mano con una matita. Una guida o delle bolle. Però non c’era il camion e nemmeno girava la testa di continuo come gli altri turisti, quindi non era né una guida né un blocco di bolle.

Si avvicinava piano al bar e chi lo incrociò quella mattina disse che diceva buon giorno. Non portava gli occhiali da sole proprio come la gente che è abituata alla campagna. I vestiti che aveva addosso non erano colorati vivacemente e sembrava si fosse già seduto più di una volta per le pieghe sui pantaloni. Insomma, sembrava normale, uno di loro praticamente. Che fosse il figlio del prestinaio che era a militare?

Si era fermato quasi alla fine del ponte ed era rimasto lì con le braccia sul muretto per un bel po’. Guardava l’acqua del canale, che da lì ti viene incontro e scorre via veloce.
Alla pesa avevano già finito, perché ormai era tardi e il maresciallo che era venuto a prendere l’aperitivo aveva detto di aver visto di buon ora quelli della collina che erano venuti a pesare il maiale. Evidentemente lo volevano vendere, ma il macellaio che era lì con il suo grembiule sporco non ne sapeva niente. Era passata anche la Ines in bicicletta.

“Accorcia la sottana che va nella bicicletta!” le urlavano gli uomini, ma lei rideva e andava via senza fermarsi, tanto che fece volar via i piccioni sul piazzale. “Non è più ora, son vecchia!” Aveva i gigli per l’altare.

Quando quell’uomo entrò nel bar, chiese un bicchier di vino bianco. L’oste gli versò quello che aveva dato a tutti gli altri. Parlava bene, eppure sembrava uno straniero. Non lo si poteva guardare in faccia perché fissava più dritto degli altri.

Tornò sul ponte, di striscio lo guardavano andar via. Nessuno si era accordo che nelle grandi tasche del gilet c’era una macchina fotografica. Dal ponte fece una foto al paesaggio dei campi del Rosso e poi si girò verso il bar per scattarne un’altra.

Erano tutti lì, senza volerlo in posa dallo stupore di essersi fatti fregare da uno straniero.
Sarà stato quello della guida. Forse uno di un’altra guida. La paura era che quella foto potesse mandare i turisti al bar della pesa invece che nel locale della Gina.

Quel piccolo incubo restò in agguato per molto tempo e si confuse con l’emozione di qualcuno che era orgoglioso di essere magari apparso su qualche giornale importante.

Mentre il bar della pesa continuò a nascondersi dai turisti, quell’uomo riprese il suo camion felice all’idea che la prossima volta anche quel paesino della sua terra non lo avrebbe trattato più da straniero.

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