Perla Ocra

Perla Ocra

di Patrizio Patriarca

Ci aspettava un piccolo aeroporto stretto fra il misterioso Kyzilkum
desert, custode un tempo di tre antichi Khanati, e il mitico Amu Darya; il calore di questi nomi riemersi da
un lontano sussidiario ci scalda dalle folate di vento gelido. Il cielo è altissimo sopra di noi, un velluto nero
in cui pulsano corpi celesti invisibili alle nostre latitudini. Entriamo nella città carovaniera attraverso la
spessa cinta muraria, mentre inizia a dissolversi l’oscurità di una lunga notte, stretti in un vecchio taxi che si
distingue per un antico e fiero sudiciume. Sulla soglia della Family Guest House un grande letto di ferro con
il suo colorato suzani. Bastano tre ore di un sonno profondo, consumato appena passata l’alba, a ristorarci;
e l’adrenalina che si è ormai impadronita di noi. All’esterno un sole già forte disegna un tratto geometrico e
preciso che taglia in due l’abitato: tutto ciò che si trova all’ombra, al riparo dai raggi, è un universo che
intirizzisce, nitido e ordinato. Oltre quel limite mobile, la luce abbaglia, confonde la vista, immersa nelle
mille sfumature di ocra e sfidata dalla polvere sottile che ricopre le cose. Imperterrita ci fissa una vecchia
Trabant. Girato un anonimo angolo irrompono lucenti il turchese e il verde della cupola di una Moschea e
quello più abbacinante del Kalta minore. Saranno questi gli unici colori a interrompere l’avvolgente
successione di tonalità argillose. Il vento si è di colpo affievolito, il caldo ha ripreso il sopravvento con forza,
in questo barlume finale di estate, mentre è ormai prossimo il lungo inverno: è inevitabile lasciarsi
catturare dal reticolo fitto di strade dove si alternano austeri palazzi nobiliari a edifici religiosi. Un cortile
cinto da un basso muro perimetrale diffonde armoniosamente il fumo inebriante dello shaslik ed il suono
ritmico di voci maschili. Scivoliamo all’interno spinti dalla curiosità e dal desiderio di una sosta. Un grande
piatto di riso con verdure e pezzi di carne di montone – il plov – segna il momento del pranzo in questa
lunga giornata. Riprendiamo il cammino dentro l’antica fortezza; la fatica confonde l’immaginazione e ci
proietta in un passato che mescola Tamerlano con il più grande mercato di schiavi dell’Asia Centrale. Un
breve tortuoso percorso consente di scendere fino al pozzo sotterraneo, mentre una ripida sequenza di
stretti scalini ci permetterà di cogliere la luminosa apparizione di un’austera madrassa abbagliata dal sole.
Fuori una stanca vecchia bicicletta è ricoperta di polvere, evidente la sua sofferenza nell’adattarsi
all’ambiente ostile, da sempre. E’ ora di salire. Il grande terrazzo è celato da un presidio di torri e merlature
incerte. Dall’alto al tramonto, una luce sempre più intensa colora di rosso la città sotto di noi, minareti e
moschee sembrano adesso alla portata dei nostri sensi, tatto compreso. E’ venuto il tempo di respirare a
fondo, l’aria è ora piacevole e pungente. La piazza immersa nella penombra è vuota, voci lontane si
mescolano al verso lento di un animale. Da una precaria terrazza in legno gustiamo un profumato
Bagizagan, arrivato fin qui dalla fertile Fergana. Terra contesa e invidiata. Assaporiamo la frescura,
pensando alla prossima tappa fino ad Ayoz Qal’a, terra di antichi Castelli sbriciolati dalla sabbia del deserto
e piccoli accampamenti di jurte. Ritorna la notte dopo molte ore, i minareti illuminati provano a sospingere
ancora oltre questa interminabile giornata. All’alba torneremo a preparare un bagaglio leggero, per salire
su quel treno che corre indolente lungo la rotta più settentrionale dell’antica via della Seta

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