So long

So long

di Paolo Bizzi

– Basta.
– E fatti un giro prima di entrare al lavoro.
– Non dire stupidaggini.
– Guarda che non scherzo. In fondo per le nove puoi essere dentro.
– Tu scherzi… come diceva quello scrittore tunisino, a stare sotto lo stesso cielo
l’uomo si imballa…
– Mica scherzo, prova. Se ti fa star meglio.

Il dottor Francesco si sveglia alle sei, colazione giornale radio barba un bacio alla
moglie insonnolita, alle sei e mezza è fuori di casa, dopo dieci minuti alla stazione di
San Pietro, alle sette meno un quarto sale sulla ferrovia metropolitana Roma-Viterbo.
È inverno, febbraio, un cielo ballerino, nuvole chiare. Francesco si sente bene. Ha
una leggera ansia al pensiero di far tardi in banca, ma ha calcolato i tempi. Alle 7 e
mezza il treno arriva a Bracciano, lui ha tempo di scendere sino al castello, bere un
caffé nel bar della piazza, tornare alla stazione e prendere il treno delle otto. Alle
nove, persino qualche minuto prima, timbrare il cartellino.

Il treno è fastidiosamente affollato, ma la ressa scema ad ogni fermata.

Ha comprato il giornale, lo infila nella tasca esterna della borsa. Non ha voglia di
leggere, osserva i passeggeri e un poco il paesaggio; che non è granché, è un viaggio
in gran parte sotterraneo, un panorama angusto, gli edifici assediano i binari.
Dopo l’Ipogeo il mondo si allarga, la luce invade lo scompartimento, lui si adagia
nella sedia, gli sembra finalmente di volare, ma non esageriamo, e sorride. L’Enea, le
caserme, Cesano, il treno si ferma più a lungo.

Ad Anguillara scende. Sono le sette e 16. Osserva la coda del treno che si allontana,
poi i suoi occhi si fermano sulla stazioncina, sembra una casa cantoniera, sulla
banchina c’è molta gente in attesa del treno per Roma. Fa il numero di casa sulla
tastiera del telefonino, vuole raccontare alla moglie che è sceso prima, ma non
chiama. Va a vedere sulla bacheca a che ora passa il treno successivo. Dieci minuti.
Lo prende, vede avvicinarsi il mastio, il lago, ma a Bracciano non scende, prosegue.
Scende a Bassano romano, un paese che ha un bel nome, i tempi sono saltati, pensa
Poggiando il piede sul predellino. Il sole riscalda i tanti che aspettano il treno per
Roma.

Dalla parte dove è sceso sulla banchina dei treni verso nord, seduto per tena, con la
schiena poggiata sul muretto di recinzione c’è un ragazzo che avrà due tre anni meno
di lui. I capelli lunghi, castani, un giubbotto nero di pelle. Legge una guida, fuma.

– Ciao.
– Ciao.
– Are you italian?
– Yes, but I don’t speak english.
– I come from New Zealand.
– In vacanza?
– Well, not exactly. I came to visit the palazzo della dolce vita.
– Il palazzo della dolce vita?
– It’s a long story. Where are you going?
– Non lo so, a Roma, credo.
– Ah. So long, man.

Fa un cenno del capo, si rimette a leggere la guida.

Francesco traversa il binario, lo sguardo tra i campi, una casa contadina, si siede sulla
panca ad aspettare il suo treno, il pensiero in parte al ritardo in banca in parte a
quest’espressione mai sentita, so long, deve chiedere al suo capo cosa significa.

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