Sotto lo stesso cielo – 3° CLassificato 2003

Sotto lo stesso cielo – 3° CLassificato 2003

di Luca Olivieri

Edwin stava lì, con la cinepresa in mano. La pellicola attendeva la giusta esposizione dell’otturatore e da lì a poco avrebbe iniziato ad avvolgersi nel corpo della macchina come un serpente, un verme solitario che solo un buon acido per lo sviluppo avrebbe addomesticato.

Le perle del mio sudore recitavano il caldo del deserto. Ogni granello di sabbia era una lezione di umiltà. Uno, tanti, nessuno in quell’infinito assolato.

Edwin prese il cavalletto, piazzò la macchina. La mise in bolla. Guardò nella loupe, traguardando l’orizzonte con le palme da dattero poco distanti. Stava inquadrando il mondo, con la musica del vento tra le palme, un fruscio grave e ondeggiante.

La mia mano scivolò nella cassa nera del materiale audio, la gomma dei cavi era bollente. Il deserto ci portava via acqua dalle borracce, dai radiatori della jeep, dai nostri corpi diafani. Quasi una vendetta.
Srotolai il cavo microfonico, che si contorceva con dispetto. Liberai i nodi. L’asta del microfono s’innalzò, verso il sole. Sembrò a tutti un fenicottero nero e stanco alla ricerca di una po’ di cibo. Un refolo di vento, molle d’afa mi gorgogliò nelle cuffie; poi morì secco. Abbassai il microfono verso la voce dell’imam, un contadino padre di sette figli. Uomo di corteccia di palma, secco e legnoso, magro come un papiro. I suoi occhi fissarono me, poi l’asta, poi il microfono.

“Allah ci ha dato la bocca per parlare ai fratelli, ora apro il cuore a una giraffa!”. E scoprì un sorriso africano, felice per la battuta. Edwin scoppiò in una risata che sapeva d’impazienza. Se non ci fossimo sbrigati a finire il nostro lavoro, ci saremmo sciolti del tutto.

Il vento, le palme, la sabbia delle dune si fermarono. L’imam tossì e sputò. Voleva parlare. Edwin annuì, segno che il motore della macchina da presa era partito.

“Allah ci ha dato il cielo , la terra, le palme e l’acqua. Mussulmani, cristiani, ebrei mangiano gli stessi datteri. Siamo tutti uguali sotto il cielo di Allah”. Cominciò a cantare il corano.

Edwin spostò lentamente l’inquadratura dal primo piano dell’imam al deserto.

Rimasi lì, vinto dal canto del contadino. Osservavo i suoi sandali di cuoio. Presto si sarebbero allungati su una stuoia sotto una tenda, fra la sabbia che qui tutto pervade.

Sarebbero rimasti sandali immutati nel tempo come da migliaia di anni. Le mie scarpe invece avrebbero salito in fretta scalette di aereo, avrebbero calpestato moquette di aeroporti, tappetini di taxi fino ad arrivare a casa.

Dove vicino al letto avrebbero passato la notte, mentre piccoli granelli di sabbia del deserto, sotto la suola, avrebbero continuato a cantare l’Africa.

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