Cardenas, Cuba

Cardenas, Cuba

di Donatella Ruini

Dio mio, é così anziana quella donna.

Magra, la schiena curva, cammina con fatica nel troppo grande e logoro vestito di cotone azzurro consunto da mille lavaggi. Avanza piano sotto il sole violento di Cuba, accecante di riflessi sulle strade sterrate e nelle pozze degli scarichi lungo i marciapiedi.

Sale il basso gradino di pietra appoggiandosi alle forme morbide di una Cadillac anni ’50 azzurra e ben lucidata, si avvicina a una lunga fila di persone in attesa, si allinea con loro. Stringe un pezzettino di carta chiaro in una mano, nell’altra una bottiglia di plastica tagliata a metà.

Ha un viso senza tempo, intarsiato dai solchi profondi di una lunga vita, i capelli grigi spettinati da un vento che non c’é sono mal raccolti dietro alla nuca. Lo sguardo lontano, sorride con gengive lucenti alla ragazza in calzoncini rossi in fila davanti a lei.

Sudano tutti nel calore abbacinante del primo pomeriggio. Strade grandi, case non più azzurre, una volta forse rosa, un tempo belle con le loro alte porte e lunghe finestre dai bassi balconcini in ferro battuto, tra vecchie insegne dai vetri rotti e fili elettrici tirati ovunque come fili stesi del bucato.

C’é silenzio tra i colori di vecchie macchine americane ben tenute e dall’aria allegra che passano ogni tanto, le ruggini di vecchie biciclette che attraversano la luce, tra i contrasti saturi che si smorzano improvvisamente nella polvere sollevata dal vecchio autobus.

La lunga fila di cubani di ogni età accaldati e infinitamente pazienti finisce in una porta. Non capisco di cosa si tratta. Mi appoggio all’azzurro muro scrostato nel caldo torrido e aspetto anch’io.

Aspetto in silenzio che l’anziana avanzi nella lenta fila.

Aspetto a lungo che entri in quella piccola porta.

Aspetto che ne esca poco dopo con la mezza bottiglia di plastica tagliata riempita di quattro dita di latte
.
La guardo salutare tutti col suo sorriso dolce. La guardo scendere quel difficile gradino del marciapiede aiutata dalle braccia del giovane e attraente cubano in fila con un bigliettino e un barattolo di vetro in mano.

La osservo allontanarsi piano tenendo ben dritta la mezza bottiglia di plastica con quel poco latte ondeggiante al suo passo antico e affaticato verso una casa lontana.

Certo, ora ho capito. Continuo a guardare la fila, il succedersi di persone che entrano ed escono, quelle mani col bigliettino di carta chiaro e un contenitore di mille forme e piccole dimensioni.

Rimango dove sono, triste delle mie tante frittelle con sciroppo a colazione, triste del mio arroz y frijoles appena mangiato, triste del pesce che avrei mangiato alla sera, triste dell’inutilità comunque di questo pensiero. Triste di ciò che mi fa male e che non posso cambiare subito, lì, con le mie mani. Triste di ciò che non vorremmo vedere e che invece forse é bene che vediamo.

La luce del pomeriggio é bellissima, il blu violento del cielo é attraversato da nuvole leggere.

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