Microdiario Peruviano

Microdiario Peruviano

di Carlo Barlassina

12 novembre, partire o non partire? Ovvio, partire, dato anche che sto già sorvolando l’oceano, è una vita che sogno il Machu Picchu, ma i sensi di colpa si fanno acuti solo sul volo Milano-Lima, via Francoforte, scalo a Caracas, 13 ore su un jumbo affollato di famiglie latine, le scarpe di ginnastica infarcite di borotalco per assorbire il sudore.

La mia compagna ha scoperto da poco che diventerò padre, evviva! sì, anche lei, ma non vuole diventare vedova prima ancora che nasca il pargolo, i jumbo sono sicuri? Figurati! Mi sono anche dimenticato il testamento, sarà meglio che lo scrivo adesso, lo infilo in una bottiglietta di gazzosa, il tappo di sughero dove lo trovo? Magari va bene anche un chewing-gum, non dovrebbe sciogliersi nell’acqua di mare, forse. Perché mi bruciano i piedi? Ah, il borotalco era mentolato. Mai farne una giusta.

Non so se i chicos della fila accanto strillano per la puzza di mentolo, ma almeno le piaghe respirano, leggo, dormo, leggo, i chicos dormono, la bottiglietta di gazzosa riposa sigillata con il suo prezioso contenuto accanto alla sacca del salvagente. 13 novembre, stazione di Lima, militari in assetto da guerra, il treno per Huancayo è stato soppresso, danno la colpa a Sendero Luminoso, Ronny, il mio compagno d’avventura, soffre perché la ferrovia è una delle sue ragioni di vita, si adegua e propone un’alternativa soft, le Ballestas, così ci vediamo i leoni marini, sono solo 4 ore di pullman, parecchio affollato, finestrini aperti, i sobborghi di Lima sono uno squarcio di povertà assoluta, ettari di lamiere e di immondizie, e dentro gli esseri umani; la Carretera Panamericana non assomiglia per nulla a una carrettiera, ma neanche a un’autostrada; da Pisco l’escursione a bordo di un motoscafo approssimativo, che pare stracolmo di magrebini in rotta verso Lampedusa, è un mordi e fuggi, giusto il tempo per immergersi in un fetore di guano assai diverso dal mentolo, fare tre foto sfuocate e dimenticare il binocolo a bordo.

14/15 novembre, Cuzco, i miei polmoni si lamentano che non li ho mai soggiornati a tremilatrecento metri sul livello del mare così li tranquillizzo con abbondanti sorsi di matè de coca, loro respirano meglio e anche il cervello ringrazia. Chique, l’amico peruviano di Ronny, ci porta in un ristorante con vista sulla cattedrale, come volete la carne? Rare! Fantastica, meglio di quella argentina, ah! è argentina.

Parliamo di politica, di Pizarro, del cammino che ci aspetta, del figlio che verrà. Mastico foglie di coca ma la soroche non accenna a sparire, forse è meglio se ci acclimatiamo un altro po’ prima del trekking, noleggiamo 2 moto da cross e scorrazziamo nel Valle Sacrado: buche fango e sassi, più che Steve Mc Queen nella Grande Fuga mi sento Ugo Tognazzi nel Federale; il mercato di Pisac è un tripudio di colori e di patate, pure le patate sono colorate, gli indigeni sono gentili e curiosi, noi anche.

Contrattiamo, compriamo, ricontrattiamo, ricompriamo. 16/19 novembre, mercato di Cuzco in attesa del treno, sembra una Vuccirìa di arcobaleni, ingurgito un’anguria con i semi e la buccia e poi si parte. Carrozza per turisti, delusione, rimpiango i vagoni Ankara–Erzurum pieni di capre e di odori.

Scendiamo al mitico Km. 88, solo noi! Ci guardiamo stupiti: l’Inca trail in solitaria! Non come alle piramidi che se scatti una foto con la reflex, sul negativo si impressiona anche: vah che meraviglia! Lo zaino non saprei dire, a volte è leggero, più spesso pesante, come racconta Stevenson non sono in grado di dire se provo più piacere a caricarlo o a liberarmene, superiamo tre capanne, i chicos e i cani ci abbaiano festosi, abbaiamo anche noi e ci accampiamo. Meglio fuori dalla tenda, solo al cinema con Giuliano Gemma avevo assaporato per tetto un cielo di stelle così stellato. Mi sveglio, “vado a ronzar come gl’insetti” secondo le istruzioni di Michelstaedter, poesie scelte per questo viaggio, la Nikon ultracompatta di Ronny mi casca dal taschino mentre mi lavo nel ruscello gelato, Ronny si incazza come è giusto, io dico ma dai c’ho sempre la mia, lui dice ma se è un catorcio, va beh, ripartiamo.

Si sale, eccome se si sale, aspettami Ronny, non l’ho fatto mica apposta. Ci mancherebbe altro! Si sale, ma quando arriviamo al passo di quattromila? Se continui di questo passo il figlio ti nasce prima che torni a casa. Dai Ronny, mica stiamo facendo una gara. Intanto mi godo cieli azzurri e colline e praterie, e anche il risotto che ha cucinato, mentre arrancavo, l’amico ritrovato. 18 novembre, compio gli anni e si continua a salire, poi a volte si scende ma soprattutto si sale nel silenzio di una solitudine irreale, tra rovine magiche e fatiscenti, anche un po’ inquietanti, nessuno ci segue, nessuno ci precede.

L’ultima alba: all’improvviso si scende, e si scende ripido, da una scalinata di pietra alla Indiana Jones, ogni tanto mi volto per assicurarmi che un pietrone non mi stia rotolando addosso, e poi, il Machu Picchu, è meglio di come l’immaginavo. Pochi turisti, molta storia, emozioni libere in onde fluide, Tupac Amaru in cima a tutte. 20/22 novembre, si torna a Cuzco diretti a Puerto Maldonado. Senti come balla l’aereo, siamo sicuri? Boh, forse! Eppoi ho dimenticato la gazzosa sul jumbo! Ma non rompere! In motobarca lungo il Rìo Madre de Dios fino al lodge, scendiamo, una scimmia mi s’aggrappa al collo e non mi molla più, la chiamo Jane, come segno d’affetto condivide con me le sue pulci, tutta la notte non faccio che grattarmi.

Jane al collo, ci addentriamo nella foresta amazzonica, siamo in tre più la guida, si chiacchiera, si ammirano ragni e coleotteri di cospicue dimensioni, si spera che non ci zompino addosso, si curiosa tra farfalle, pappagalli, colibrì, scimmie, grazie abbiamo già dato.

L’odore più pungente è quello dell’Autan. Sono semi di cacao, possiamo farci la cioccolata! Al lodge ce l’hanno già pronta, e anche calda, lascia perdere. La notte continuo a grattarmi, Ronny mi chiede se voglio del borotalco mentolato, no grazie ma apprezzo lo spirito, buonanotte.

Alla ricerca di Fitzcarraldo è un classico, troviamo il battello in secca, è proprio lui? La guida giura di sì, le facciamo credere di crederci. I coccodrilli, di notte, escono allo scoperto, come facciamo a individuarli senza raggi infrarossi? Basta che partiate da quei due fanali rossi che vedete sul pelo dell’acqua, poi risalite piano piano ricostruendo la sagoma a cremagliera, un paio di sagome sfiorano la barca, io penso chi me l’ha fatto fare, il prurito diventa insopportabile, anche Jane si gratta.

Quando partiamo, il giorno dopo, sembra dispiaciuta. 23 novembre, di nuovo a Cuzco, di nuovo in moto nel Valle Sagrado verso Chinchero, i lama turistici sembrano addestrati a sputare e i nativi sembrano addobbati come a Orgosolo, ma molto più colorati, tentiamo qualche approccio linguistico con scarsa fortuna, te l’avevo detto che dovevi studiare lo spagnolo invece dell’inglese, e a te invece il francese cosa serve? 24/26 novembre, prendiamo l’aereo per La Paz, l’aereo si alza tra folate di vento, oh Ronny com’è stretta questa valle! Tranquillo, non è mica un jumbo; sorvoliamo il Titicaca, ma questo lago non finisce mai? No. Perché è così blue? Perché non è antropizzato, ignorante! Non è che forse è triste? Ma smettila! Aeroporto, taxi, albergo, camera, oddio ho perso il portafoglio. Panico.

All’ambasciata ci vai tu, e quando ti danno il visto vengo a prenderti a Linate, sussurra Ronny tra lo strafottente e il compassionevole, gorgoglio un sì strozzato, uno squillo interrompe la mia disperazione, sì señor, subito señor, il taxista ha trovato il portafoglio, non vuole la mancia? No? Allora gracias muy obligado, forse mi ha inquadrato e ha deciso che non sono un gringo. Siamo in Bolivia e non c’è traccia del Che, neanche una foto, allora moto, niente buche né fango né sassi, fino al Valle de la Luna è tutto asfaltato, lì mi anfratto in una nicchia e penso a casa, fino a quando appare la luna vera, calcolo che ne mancano solo sei o sette, come lo chiamiamo?

La Paz è una grande metropoli, sfavillìo di luci e insegne, bighellono mentre leggo, condivido il pensiero del narrabondo Borrow: mai così felice come quando in compagnia di me stesso, domani si torna a casa, rimuovo il pensiero, continuo a leggere mentre bighellono. 27 novembre, aeroporto di Lima, saliamo sul jumbo, non trovo la gazzosa, ma non era il jumbo dell’andata? Sai quanti jumbo ci sono! No, non lo sapevo.

Ce l’hai una bottiglietta? Ma non rompere! 28 novembre, Milano Linate, abbraccio Sarina e il pupo che si intravvede: “Oye, como va?”. “Non fare lo stupido, cosa c’entra Santana col Perù!”. “Come fai la difficile, piuttosto, come lo chiamiamo?”. “Non lo, la!”. “Come la??”. “Laaa!!!”. “Ahhh! La! Allora Estrella?”. “No! Carlotta!”. “Llara?”. “Nooo, Carlotta!!!”. “Ok, Carlotta, basta che ci sia una doppia, anche se non llalla”. “Per inciso, come va il prurito?”. “Insomma…”. “Come insomma?”. “……..”. “Va beh, vuol dire che da stanotte dormi sul divano!”

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