Tusput e L

Tusput e L

di Anna Bani

Quello che sto per raccontare rappresenta il ricordo più bello, anche se il più insolito, della mia infanzia e, forse, della mia intera vita

Io e mio fratello eravamo, allora, due bambini, io di cinque anni, mio fratello di dieci e passavamo il tempo a seguire sulla cartina i lunghissimi viaggi di papà “che faceva l’antropologo” come dicevamo a tutti quelli che ci chiedevano perché non fosse mai accanto a noi.

Non so dire se la nostra fosse una famiglia felice; la mamma era troppo presa da mille responsabilità per essere sempre disponibile e sorridente come avremmo voluto e noi ci sentivamo spesso soli.
A volte guardavamo affascinati gli strani oggetti che nostro padre riportava dai suoi viaggi lontani: teschi, lunghe ossa, collane di pietre variopinte, costumi meravigliosi dai colori sgargianti che noi immaginavamo appartenuti a potenti stregoni.

Ma un brutto giorno, propio come nelle fiabe, la sventura si abbatté sulla mia famiglia, e mio padre dovette precipitosamente ritornare da una di quelle remote regioni dove stava effettuando le sue ricerche: Leo, il mio amato fratello, era stato colpito da una grave malattia.

Molti psichiatri furono consultati ma una volta sola riuscii ad afferrare qualche parola pronunciata a mezza voce, nella stanza di Leo, da uno di questi, forse il più illustre: autismo, fuga dalla realtà.
Non fu la parola a spaventarmi, perché non ne conoscevo il significato, ma la reazione che ebbe la mamma, i cui nervi, già fragili, cedettero e il pianto di mio padre che mi colpì più di tutto perché, sino ad allora, avevo creduto che gli uomini non piangessero mai.

Eppure devo confessare che non ho affatto un triste ricordo di quel periodo: è vero, Leo non parlava più ed era capace di fissare per giorni interi le pareti della sua camera, ma io potevo averlo tutto per me e a volte mi convincevo, addirittura, che la sua fosse solo una recita in cui ci aveva coinvolto tutti per gioco e aspettavo pazientemente il momento in cui, sorridendo, ci avrebbe annunciato che il gioco era finito.

Forse per questo quando arrivò Tusput lo guardai con diffidenza. Tusput era uno sciamano della Siberia che mio padre aveva incontrato in uno dei suoi avventurosi viaggi ed era venuto per guarire Leo.
Non so cosa mi colpì di più di lui, se la pelle bruna così incredibilmente rugosa o lo sguardo limpido, eternamente sorridente, nonostante la bocca non si aprisse mai ad un sorriso.

Mio padre, che non credeva nella medicina tradizionale, aveva deciso di tentare quest’ultima carta per salvare Leo e quando Tusput disse che l’anima di mio fratello era stata rapita dagli spiriti, egli vi credette senz’altro, trascinando in questa convinzione anche mia madre..

Tusput spiegò, nella sua strana lingua fatta di suoni bassi e gutturali, che l’anima di Leo giaceva nel mondo sotterraneo e che lui l’avrebbe riportata sulla terra a condizione che lo avessi accompagnato in questo “viaggio” perché io solo conoscevo l’anima di mio fratello.

Non appena il babbo tradusse l’intero discorso, acconsentii senza esitazione alla richiesta dello sciamano, nonostante le proteste e le ansiose richieste di chiarimento da parte della mamma; ricordo
distintamente di aver pensato che anche se fossi morto non me ne sarebbe importato, perché, così, avrei potuto rimanere per sempre con Leo nel mondo degli Spiriti.

Tusput scelse il giorno del compleanno di mio fratello per compiere l’insolito “viaggio” e per quanto averlo visto aggirarsi per ore nel giardino attorno agli alberi e tagliuzzare con molta attenzione la corteccia di una grande quercia mi avesse messo un po’ di agitazione, aspettavo con ansia il tramonto perché sapevo che la straordinaria esperienza avrebbe dovuto compiersi al calare del sole.

Finalmente, Tusput si ritirò nella stanza degli ospiti per indossare il costume previsto dal rito e, quando uscì, ai miei occhi si offrì uno spettacolo così sorprendente che, per poco, non mi fermò il cuore: un mondo magico e dimenticato mi stava davanti in quel momento ed io provai la strana sensazione di voler guardare e distogliere lo sguardo nello stesso tempo.

Tusput indossava un costume delirante per la sua ricchezza di particolari e, quando si fermò nel centro della stanza, la sua posa mi ricordò quella di un uccello che stia per spiccare il volo: una pelliccia bianca, perché in questo viaggio Tusput avrebbe avuto la protezione degli spiriti buoni,mi spiegò il babbo, ricopriva il suo corpo nudo; un copricapo a foggia di lince ed una maschera di lunghe piume candide di cigno nascondevano la testa e il volto mentre le calzature imitavano le sottili zampe di un uccello.

Un paio d’ali fatte, come seppi più tardi, di piume d’aquila gli spuntavano dalle spalle, dalle quali partivano, per una lunghezza di vari metri, sottili nastri color nero, le cosiddette “serpi” il cui compito sarebbe stato quello di guidare lo sciamano nel regno degli spiriti ; piccole lune e soli metallici pendevano dall’abito insieme ad una catena di ferro che rappresentava la resistenza e il potere dello sciamano.

Non ebbi il tempo di rimettermi dalla sorpresa che l’incredibile cerimonia ebbe inizio: lo sciamano si sedette a terra a gambe incrociate e iniziò a battere con ritmo prima lento, poi sempre più incalzante, su di un grosso tamburo; questa pratica, m’informò il babbo, era necessaria perché Tusput perdesse coscienza di se stesso e del luogo in cui si trovava.

Dopo essere caduto in trance, lo sciamano iniziò a strisciare sul pavimento, mimando i movimenti lenti e guardinghi di una serpe, poi, uscì dalla nostra casa e salì sulla quercia; io lo seguivo, aiutato da mio padre.

Ero salito già tante altre volte sugli alberi, nonostante mia madre mi avesse rimproverato ogni volta, ma in quel momento ebbi la stranissima impressione di salire con una parte di me che non fosse il corpo.

Appena arrivammo sulla cima, Tusput spalancò le sue ali e in una lingua misteriosa, insegnatagli da antichi maestri,chiamò a gran voce gli animali selvatici, gli uccelli dei boschi e i pesci degli oceani affinché scendessero nel regno sotterraneo a cercare l’anima smarrita ma il suo richiamo ricadde nel silenzio ed io ricordo ancora l’impressione di solitudine che mi lasciò lo spegnersi della sua voce nella vasta campagna. Nessuna creatura, pensai, aveva il coraggio di varcare il confine che separa il regno dei vivi da quello dei morti.

Eppure gli occhi di Tusput continuavano a sorridere ed io, accanto a lui, sapevo di non dover temere alcun male.

Allora, egli chiamò lo spirito del vento che conosce tutte le strade del mondo e i settantasette sentieri che conducono al regno dei morti.

Forse fu solo una coincidenza eppure, dopo pochi minuti di attesa, un vento fresco e veloce attraversò la cima della quercia ed io dovetti afferrarmi più forte al ramo che mi ospitava; poi Tusput alitò su uno specchio che portava con sé e subito il vento ci abbandonò.

Lo sciamano, immobile come un uccello, fissava l’orizzonte dove il sole da tempo era calato ed io, mentre scendeva la sera, sentivo la paura crescermi dentro perché sapevo che di lì a poco sarebbe iniziata la parte più terribile di quella esperienza e che, nonostante fossi solo un bambino, avrei dovuto essere forte.
Il vento tornò, ma sotto forma di uragano: un grido acuto, penetrante come uno stridore d’acciaio lo annunciava mentre dall’alto, dal basso, davanti e dietro di noi si udivano scoppi improvvisi, pianti strazianti e risa dal suono soffocato e cattivo che gelavano il sangue. Terrorizzato, guardavo Tusput che, sempre immobile come una statua, sembrava attendere qualcosa nell’inferno della bufera.
Eravamo fradici per la pioggia che cadeva a rovesci e le gocce di pioggia, forse per il freddo o per la paura, sembravano spilli che penetrassero nella carne.

All’improvviso, comparve un lampo nel cielo come una mano scheletrica che si allungasse per afferrarci e, in quell’esatto momento, Tusput alzò la mano sinistra che impugnava lo specchio ed io vidi una cosa che non potrò mai dimenticare: nel cristallo dello specchio era riflesso il volto di Leo.

“E’ lui, è mio fratello! Lì, nello specchio, c’è mio fratello Leo!” gridai con quanta voce avevo in gola per superare quella dell’uragano. Allora, lo sciamano, con un gesto velocissimo, alzò la mano destra e la richiuse a pugno come se, in quell’attimo, avesse afferrato qualcosa di lungamente atteso.

Poi, lo vidi muoversi e ripetere, scendendo dall’albero, gli stessi movimenti lenti e guardinghi che aveva mimato all’inizio del rito, mentre l’uragano sembrava allontanarsi da noi e perdersi nel buio.
Scesi dalla quercia a terra dove le mani ansiose e tremanti di mio padre mi accolsero e abbracciarono stretto; la mamma attendeva sulla porta di casa.

Tusput, sempre strisciando, superò la porta dell’ingresso, s’inoltrò nella camera di Leo e, avvicinandosi al letto, si sollevò in ginocchio, accostando il pugno chiuso della mano sinistra all’orecchio di mio fratello che sembrava dormire; dopo pochi secondi, aprì di colpo la mano e sussurrò tre parole nella sua lingua misteriosa.

IL mattino dopo, Leo era seduto in cucina, al tavolo della colazione; il suo umore e il suo comportamento erano quelli di sempre. Sul suo viso, sorridente e lentigginoso, non vi era traccia della malattia che lo aveva tenuto per tanto tempo lontano da noi, in un luogo sconosciuto della sua mente ed egli sembrava non conservarne nemmeno il ricordo.

Tusput, invece, dormì per ventiquattro ore di seguito, di un sonno pesante come la morte, tanto da spingermi, ogni qualvolta entravo nella sua camera, ad accostare il mio orecchio al suo cuore, nel timore che non battesse più. Egli non volee alcuna ricompensa per quanto aveva fatto, ma volentieri accettò di rimanere qualche altro giorno con noi.

Tusput è morto nel 1999. Quella sera, quando il babbo ci ha annunciato la triste notizia, Leo è rimasto a lungo in silenzio, io, invece, ho pianto.

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