Il paese dei ciechi

Il paese dei ciechi

di Marco Parodi

Nel giro di alcune settimane, dopo aver vagabondato fra Quito, Ibarra, Baños de Agua santa, giungemmo nel sud del paese, nella zona di Riobamba.
La città è a quasi 3000 metri di altezza: l’aria è pungente e pulita al mattino; a mezzogiorno il sole scotta e brucia la pelle.

La città è qui soprattutto organizzazione: maglia regolare di strade che s’incrociano rette; geometriche soluzioni di architetti che dovevano innanzitutto arrivare, esserci, colonizzare.
Poco importa l’eruzione di un vulcano: si ricostruisce daccapo per continuare il dominio.

Eppure il vulcano è sempre lì in attesa e pare che in barba alle leggi della prospettiva, alla fine di ogni strada perfettamente rettilinea, in ogni direzione compaia lui, divinità ubiqua che avvolge più che dominare la città stessa.

Quel vulcano domina sull’uomo con la sua voce; escluso questo, che è Dio e non è poco, ogni cosa è al di sotto: campi, strade, città, uomini diversi, qui tutto è al di sotto.

Proprio in quei giorni ebbi la percezione che, perduto fra le montagne lì intorno, doveva vivere il popolo del Paese dei Ciechi.

Un gigantesco sommovimento, guidato da quel vulcano che ora vedevo apparire e scomparire di là dalla cortina di nebbia, secoli e secoli addietro aveva scosso dal basso la terra turbolenta, chiudendo con una frana l’unico accesso possibile alla loro vallata.

Così avevo letto nel libricino azzurro: il popolo dei senza-vista rimase braccato fra le alte nevi delle montagne circostanti, in una valle misteriosa, assolutamente inaccessibile, un giardino dal clima fecondo per sopravvivere.

Ebbi ancor più la certezza di quella vicinanza quando un giorno ci spingemmo in un’escursione al di fuori della città, alle pendici del vulcano. Attraverso altipiani coltivati dalla terra nerissima, salimmo con una corriera traballante fino a raggiungere un piccolo villaggio di indigeni.

Anche se pensai che dovevamo essere vicino alla valle descritta nel racconto, mai osai parlare con qualcuno di questa mia fantasia.
Mai avrei cercato lassù a oltre 3000 metri, fra gli altipiani di terra morbida, le strade che conducevano al Paese dei Ciechi: non avrei domandato di antiche leggende e valli nascoste, a nessuno avrei fatto menzione, nessuna indagine, nessuna intervista, solo nella mia mente avrei continuato a fantasticare di questo popolo, di quella valle, e con la stessa avidità con cui Nuñez aspirò a farsi re di tutti gli orbi, anch’io avrei aspirato a farmi cantore di una terra impossibile, di un luogo dell’anima, di un paese dei sogni.

Al villaggio fummo ricevuti con ospitalità ma anche con dignitoso distacco. Le donne dal cappello da uomo ci offrirono un pasto semplice, a base di patate.

La pelle delicata del viso dei bambini era sporca di cibo e muco incrostati: scoprii in seguito essere un rimedio naturale contro il sole di quelle altitudini. Non si parlava molto, ma gli sguardi curiosi, segnati da zigomi netti, percorrevano quel silenzio. I sorrisi di rispetto aiutarono questo silenzio a farsi più familiare. Non ci fermammo molto, sapevamo di essere comunque indiscreti.

Il vulcano non smetteva di affascinarmi, ma loro non lo nominavano mai. Piuttosto parevano orgogliosi di conoscere la strada che conduceva alle pendici del ghiacciaio, giacché per questo venivano pagati da ricchi alpinisti europei.

Sapemmo in seguito che in quelle montagne si era combattuto a lungo per la libertà delle popolazioni indigene.

Guidati dal vescovo con il poncho Leonidas Proaño, questi popoli montanari avevano fatto valere la loro identità contro chi li aveva per molto tempo solo sfruttati. Pensai a Nuñez, all’avventuriero che era stato costretto in schiavitù dal popolo dei ciechi, dopo aver fallito il proprio colpo di mano.

Aveva creduto di poter capire tutto, cioè di poter vedere tutto, di capire ogni cosa di quel che vedeva, forse pensava che ogni cosa visibile fosse afferrabile, che lui, munito di occhi avrebbe sempre scritto il proprio destino, afferrato ogni forma. E sottomesso quella gente per lui idiota. Ma era stato sconfitto, aveva dovuto cambiare, non aveva capito nulla.

E io? Sarei tornato cambiato? Avrei dovuto anch’io rinunciare, accettare la sconfitta? E poi soprattutto, in che cosa consisteva realmente questa sconfitta?

Cercai con attenzione di fissare un punto lontano da me, giù dabbasso lungo gli altipiani coltivati con geometrici colori, mentre ora diradandosi, ora addensandosi, le nuvole rivelavano il cielo terso, e altri altipiani.

Eravamo sul tetto, su un grande, vasto cornicione ondulante di cui non si sapeva con precisione dove, improvviso, ci sarebbe stata la fine, il precipizio. Pensai che la sconfitta fosse quella di avere occhi vergini che vogliono spiare, capire, divorare quel che passa intorno a loro, di essere di passaggio in molti luoghi, di dimenticare in fretta i volti, appiattendoli in una cartolina, di volersi nutrire di lontananze, di diversità, persino di quella fantastica ed esotica di un paese dagli abitanti menomati.

Pensai che quando sarei tornato qualcuno mi avrebbe chiesto sicuramente: che cosa hai visto?
E io forse avrei potuto raccontare di un popolo senza il senso della vista, un’intera società di ciechi, uomini e donne, tutti insieme in un grande villaggio, autosufficienti e organizzati ma incapaci di sapere quel che li circonda.

Ecco la mia sconfitta, la mia schiavitù: per questa volta non sarei stato in grado di raggiungere il Paese dei Ciechi.
Così quella sera stessa, prima di coricarmi accanto alla mia compagna, alzai gli occhi al cielo equatoriale che accoglie stelle d’ambo gli emisferi, e scrissi sul mio quaderno:

“Le strade sono di ciottoli levigati, pietra dura incastonata nella madre terra. Arrancano vecchi camion; squassati sobbalzano ad ogni pietra che la mano dell’uomo ha scelto per questo viaggio. Noi crediamo nell’asfalto, una striscia di questo misterioso bitume ci porterà ovunque. Al paese dei ciechi, stretto fra la sierra ecuadoriana, si arriva per altra via”.

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Marco Parodi nasce a Genova nel 1984. In questa città di mare tuttora vive e al momento lavora in una libreria, mentre sta per laurearsi in storia del teatro. Ai viaggi ha dedicato finora ben poco della sua vita, ma non ha ancora smesso di sognare l’avventura.

Fu solo per caso se scoprii l’esistenza del Paese dei Ciechi. Racchiuso nella sierra ecuadoriana, nella parte più selvaggia di quella terra lavica e fertile, si racconta per davvero di un villaggio senza nome i cui abitanti hanno tutti perduto il senso della vista.

Fra i vulcani dai nomi eruttanti, Chimborazo, Cotopaxi, Tungurahua, una valle ricca di pascoli dà sostegno a questa piccola comunità di uomini dagli occhi stranamente chiusi. E così serrati, addormentati, lasciati decadere come organi inutili, gli occhi hanno perduto la loro originaria funzione per divenire affossamenti del volto di rara bellezza.

Una strana malattia ha pian piano colpito tutti gli adulti, e sistematicamente anche i nuovi nati, come un morbo che segna lo scorrere delle generazioni e il mutare dei corpi.

Senza la vista gli uomini si sono ricostruiti un proprio mondo al buio, dove il giorno per il caldo si dorme e la notte a tentoni si lavora, dimenticando a poco a poco tutto ciò che del mondo, del mondo che chiamiamo nostro, occorre vedere: il cielo che ci circonda, la luna e il sole, le strade e i mari da percorrere, i governi, le città, gli uomini e le loro ricchezze.

Con il tempo nuovi miti e nuovi filosofi sono occorsi per spiegare la realtà fino a dimenticare l’idea stessa della vista: cosicché al Paese dei Ciechi si è in fondo felici.

Di tutto ciò ebbi conoscenza casualmente mentre l’entusiasmo giovanile mi spingeva al viaggio per quelle terre. Giacché di vero viaggio si trattava, del mito e del Sudamerica, dell’Equatore e delle Ande, delle pagine facili di un racconto e dei miei vent’anni.

I fatti, così come accaddero nella mia memoria, furono ben poco complicati. Nel bagaglio della mia compagna, il giorno della partenza, trovai un libricino dalla copertina azzurra dove si raccontava di un curioso paese sperduto fra le Ande ecuadoriane.

Ricordo di aver cercato proprio da lei una conferma a seguito della coincidenza: se cioè avesse tratto con sé quel racconto con intenzione, sapendo la prima destinazione del nostro viaggio -l’Ecuador appunto. Poco importa, ma quando mi assicurò che il libricino le era stato venduto insieme a un giornale all’aeroporto, la conferma della mia devozione al caso si fece ancora più profonda.

Del resto tutto ciò perderebbe il proprio senso, se non fosse null’altro che una semplice coincidenza. Ma fu così che la curiosità con cui saremmo stati viaggiatori laggiù trovò respiro nelle pagine di quel libro.

Lessi durante le ore di volo la storia dell’avventuriero Nuñez: anch’egli per caso scoprì il regno nascosto del popolo dei ciechi, provò a conquistarlo con l’astuzia della propria vista, ma fu costretto alle tenebre. Volle imporre in una terra straniera parole sconosciute con cui certificare le sagome visibili, i contorni che nelle loro sfumature prendono bellezza. Ma questi non credettero nell’esistenza di un mondo, delle città, delle forme che hanno una luce; ed egli fu tentato dalla cecità, per sopravvivere come uomo fra quegli strani uomini, per amare una donna dei loro.

Ora quel racconto si mescolava con la realtà in movimento e sarebbe rimasto appeso alle mie fantasie con cui forzare il destino ancora un poco.

Che cosa avrei visto? Dove stavo andando veramente, oltre che fra le montagne dell’Ecuador? Anch’io avrei scovato un paese che non ci appartiene, forse non così fantastico come il Paese dei Ciechi, ma pur sempre immaginario, invisibile ai nostri occhi solo educati a registrare, descrivere, raccontare ciò che solo si vede? E quale imbarazzo avrei avuto di fronte a uomini che non ci comprendono per quello che quotidianamente vediamo?

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